Due Traduttrici alla Fiera Più Libri Più Liberi. Aspettative, incontri e riflessioni.

Se. Con i se e con i ma non si fa la storia. “Se!” diceva la mia professoressa di lettere delle medie. “Se avessi studiato!”, “Se avessi fatto il mio dovere di scolaro!”. Quindici anni dopo c’è il “Se non avessi preso quel lavoro di merda, che lo sapevo che era di merda!”. Sono le sei del mattino e io sto uscendo di casa come un ninja ipercinetico. Salgo al volo su Nuvola di Ruggine come Zorro su Tornado. Volo verso l’ufficio. Prima, seconda, prima, folle, strada libera, prima (braaaaaam), seconda (braaaaaaaaaaam), teeeeeerzaaaaa (braaaaaaaaaaaaaaaa–), *splat*.

Scivolo rovinosamente su una chiazza d’olio e faccio una decina di metri a pelle di leopardo a via dei Banchi Vecchi. Come un vero supereroe, mi tiro su con una capriola al ritmo di un jingle immaginario. Sto perdendo tempo da dedicare al lavoro e se non finisco non posso andare alla fiera, a Più Libri Più Liberi, al Palazzo dei Congressi.

Nuvola di Ruggine, inaspettatamente, riparte. Dieci minuti dopo, sono in ufficio e sto rilevando parti di una soap, il cui autore lamenta carenze formative importanti, tra cui uno studio approfondito di Aristotele e delle sue unità. (Avevamo detto “niente ironia”).

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Parto. Moto, bancomat, biglietto. Silvia Ghiara, la mia collega, mi saluta: mi sembra la marcia trionfale dell’Aida. Cominciamo a girare nel dedalo di stand – giriamo, conosciamo, chiacchieriamo, ci presentiamo, chiediamo, compriamo. Così tra un panino, una piadina e un caffè ci siamo confrontate…

Qui, di seguito, trovate le domande che ho fatto a Silvia. Se, invece, cliccate qui, potete leggere la mia versione.

  • Allora, che dici? Ti è piaciuta? Ho visto che sei arrivata decisa come Gentile su Zico: hai raggiunto tutti gli obiettivi prefissati? Quali erano? Quello di andare a una Fiera del libro era un desiderio che covavo da tempo, soprattutto dal momento in cui ho deciso di fare la traduttrice. Me l’avevano indicata come un’opportunità, innanzitutto per stare in mezzo ai libri e respirarne l’essenza a pieni polmoni. Avevo intenzione di esplorare i cataloghi, per collocare un’eventuale proposta editoriale (che ho in cantiere), oppure semplicemente per vedere a quale editore propormi come collaboratrice; farmi conoscere con discrezione, creando nuovi contatti, ma soprattutto ascoltare e quindi imparare. Questi erano i miei obiettivi e sono abbastanza soddisfatta, per me è stata una bella esperienza, mi sentivo nel posto giusto al momento giusto, come un topo nel formaggio. Sono tornata a casa contenta, con una borsa piena di libri, cataloghi e biglietti da visita. Tu dici di avermi vista lanciata, in realtà era la prima volta che assistevo a un evento del genere e avevo tutti i timori del caso, ma alla fine mi sono buttata ed è stato bello vagare per gli stand, chiacchierando e ascoltando i punti di vista di giovani autori, editori e colleghi. 
  • Sogno nel cassetto? Un classico che vorresti tradurre e perché? Il mio sogno è quello di lavorare su testi che parlano di psicologia e neuroscienza in genere. Mi affascina la mente umana, con tutte le sue pieghe e sfumature, genialità e patologie, questo è l’ambito in cui miro a specializzarmi in particolar modo, dai tempi della mia tesi in psicolinguistica. Per lo stesso motivo, amo gli autori che hanno impresso sulle pagine il loro flusso di coscienza, come Virginia Woolf o Marcel Proust. Ho ancora ben impresse in mente le sensazioni che ho provato leggendo Mrs Dalloway, sarebbe un sogno potermi addentrare di nuovo nel testo da traduttrice e dare nuova voce a scene come quelle in cui un solo suono o una sola immagine funge da detonatore di un’esplosione di pensieri e ricordi. Probabilmente poi, se mai mi venisse concesso, tradurre un’opera come À la recherche du temps perdu  mi condurrebbe a morte certa, non fosse altro per tutte le energie che richiederebbe un lavoro simile, ma morirei felice!
  • Abbiamo visto un magistrale esempio di come ci si può vendere malissimo, sminuire il proprio lavoro e rendersi ridicoli. Dove sbagliamo, quando proponiamo i nostri lavori intellettuali, secondo te? Ti riferisci a quella ragazza alla fiera che dava via gratis il suo romanzo stampato di fresco, presentandolo come carta straccia piena di errori, dicendo “le bozze non sono state revisionate, è tutto sbagliato, c’è anche il mio contatto in copertina, potete scrivermi per eventuali insulti”. Mi ha ricordato quelli che ti
    vignetta_silvia

    Rimpiango che non mi siano comparsi degli enormi punti di domanda sulla testa, quando ci hanno dato il romanzo senza prezzo. La vignetta esprime quello che le parole non riescono a dire.

    appioppano volantini alla stazione che poi butti via, una volta girato l’angolo. Io per prima mi prendo in giro quotidianamente, mi ritrovo molto spesso alle prese con dubbi e insicurezze, soprattutto quando si arriva al momento in cui arriva dobbiamo presentarci come professionisti, valorizzando il nostro lavoro, spesso frutto di notti insonni e giornate passate in trance pensando se usare un termine invece che un altro (capita). La domanda da porsi è: chi sono e cos’ho da offrire? Come posso contribuire a migliorare, nel mio piccolo, questa società, fornendo un servizio di qualità? In generale, se pensiamo di non essere abbastanza, dobbiamo lavorare duro colmando le nostre lacune sia a livello di competenza professionale che di autostima. Abbiamo la fortuna di fare quello che amiamo e l’amore per sé stessi no, non è un optional. Insomma, prima di proporci al ‘mondo’ dovremmo risolvere le nostre insicurezze, se per primi svalutiamo quello che siamo e ciò che facciamo arriveremo poco lontano. Le persone ti rispettano se ti rispetti per primo, la stessa cosa vale, soprattutto, nel nostro lavoro.

  • Era pieno di ragazzini e, come sai, non li amo. Però, educare alla cultura non è assolutamente sbagliato. Alla cultura, alla lettura, alla gioia della scoperta e della conoscenza. Come si fa ad allontanare quei branchi di animali da cortile in forma umana dagli smartphone e avvicinarli alla lettura? Siamo di un’altra generazione? Chi ce li compra, i libri, poi? Intanto, il fatto che le maestre abbiano deciso di portare le classi a una fiera dell’editoria l’ho trovato molto positivo, al di là dei momenti in cui siamo state travolte, rischiando di rotolare per le scale. Il problema viene dagli adulti, conosco molti ragazzi i cui genitori non hanno neanche un libro in casa, se non usati a mo’ di ferma porta. Alla fine, a quell’età assimiliamo gli atteggiamenti delle persone con cui viviamo, e se nelle famiglie nessuno sta mai con un libro in mano, a un bambino difficilmente verrà naturale entrare in una libreria a cercarsi Viaggio del mondo in 80 giorni o, che so, L’isola del tesoro. Preferiscono giocare alla playstation, se hanno tempo libero. Ho sentito cose che voi umani.. come “che lo leggi a fare il libro, se tra poco esce il film?”. Diciamo che la totale mancanza d’interesse in quelle cose rettangolari con tante pagine dentro, sia una malattia ereditaria. È un virus che si sta diffondendo. Come i protagonisti di The Walking Dead, circondati da zombie, dobbiamo lottare ogni giorno contro il nemico dell’ignoranza e trovare una cura, arginare il problema, diffondendo la cultura, valorizzandola con il passaparola ad esempio, cercare di aprire gli occhi a chi cresce e/o crescerà i propri figli senza libri sulla scrivania, riempiendo casa di dvd di dubbia qualità o giochi della playstation. Sono certa di questo, perché, anche se di un’altra generazione, sono cresciuta in una casa piena zeppa di libri. Lo smartphone ce l’ho anche io adesso, ma il mio comodino è sommerso da libri da leggere. Semmai mi manca il tempo di leggerne quanti ne vorrei!
  • Dei traduttori, invece, che mi dici? Da quando mi sono affacciata al mestiere, mi sembra che ci sia sempre più spazio per noi manovali della parola: ma, là fuori, si sa chi siamo? O continuiamo ad autocelebrarci tra di noi? Voglio dire, se un architetto tira su un palazzo, tutti sono in grado di esprimere un parere sul suo operato. Qui, si sente spesso “eh, ma ho letto un libro bellissimo, come scrive bene, quell’autore!” – quell’autore ha scritto in lineare A, magari, e un traduttore ha fatto un capolavoro. Come facciamo a insegnare al pubblico che quello che legge non è passato solo per le mani dell’autore? La prima volta che ho conosciuto altri traduttori, è stato durante un corso. Ho chiesto chiarimenti, ci siamo raccontati esperienze e dubbi inconfessabili. È bello parlare con chi è arso dal tuo stesso fuoco e vive le tue stesse paure e speranze. Eccetto rari casi, ho sempre avuto esperienze positive nel confronto coi colleghi. Una delle cose che ci accomuna è la consapevolezza di essere i soliti ignoti. La gran parte delle persone si dimentica spesso di quanto sia importante questo lavoro. La nostra stessa cultura è pregna della lingua curata e limata dai traduttori. Se i libri vengono snobbati, basti pensare ai film e telefilm le cui citazioni sono ormai parte integrante della nostra quotidianità, il fatto che siano frutto del lavoro di un traduttore viene completamente rimosso. In questo caso la colpa è spesso degli editori che non si degnano neppure di indicare il nome del traduttore in copertina, per esempio. Se figura solo il nome dell’autore straniero, inconsciamente chi legge il libro penserà che, non so, Stephen King, in realtà parla un italiano fluente, o forse proprio non si pone neanche il problema. Siamo dati per scontati, ultimamente spesso veniamo paragonati e considerati inutili di fronte a Google Traduttore! Per insegnare al pubblico qual è il vero ruolo del traduttore, dovremmo iniziare insistendo sull’importanza della cultura, che alla fine è una delle cose che ci rende essere umani, e della sua diffusione, spiegandone in maniera limpida le varie fasi e la fatica che comportano. Molti conoscono il prodotto finito e non si chiedono come sia arrivato tra le loro mani. Ho smesso di credere a Babbo Natale verso i 5 anni, quando smascherai mia zia travestita di rosso con barba finta e improbabili occhiali da sole, ma per fare un esempio, la società in cui viviamo oggi è come un bambino viziato che ha un giocattolo scintillante tra le mani e non pensa neppure che è frutto di notti insonni di tanti piccoli elfi chini a progettare, limare e consumarsi per offrire qualcosa di buono come un sorriso.. e aprire un libro può far sorridere, se si sa aprire la mente.

Chi di voi è stato alla fiera della piccola editoria? Volete raccontarci qualcosa?

Vita da traduttore – aspettative vs. realtà

Nel mulino che vorrei, Banderas canta la canzone del Mariachi e interloquisce con Angelina Jolie, non con Rosita. Nel mulino che vorrei non lavoro mai dopo le sei di sera, i clienti sono felici e mi pagano puntuali.

Sapete benissimo che fine ha fatto Banderas e sarete in grado, per sillogismo, di capire che fine abbia fatto io. Alla vostra sinistra, le aspettative.

Le aspeAntonio Banderas photographed on the set of "Desperado" in Acuno, Mexicottative, più o meno, sono quelle dello stereotipo del freelancer che lavora nella veranda di 800 metri quadri della sua residenza fiabesca in una località sconosciuta. Sulla scrivania del traduttore, una teiera risalente alla dinastia Ming (in infusione, all’interno, pregiatissimo tè delle Indie) e biscottini di pasticceria materializzatisi sua sponte sull’apposito piattino da colazione. Non troppo grande, non troppo piccolo. Zuccheriera in argento con zollette bio, il tutto ordinatamente riposto su una tovaglietta con riproduzione de La notte stellata o altre opere a scelta. Brocca di vetro soffiato con acqua di fonte, luce naturale, vista mozzafiato. Un giradischi suona Chopin. Alle 11 avete yoga, ma siete stati così produttivi che, alle 10.30, la vostra borsa, impeccabile, è già pronta. Al ritorno dalla palestra vi aspetta un pranzo light, con associata lettura di un quotidiano/rivista/capitolo di libro. Gli uccellini cinguettano. Uscite sul terrazzo e vi si posa un uccellino sulla punta dell’indice, riproducendo una scena simile a quella propostaci da Walt Disney nel grande classico Biancaneve e i sette nani. Allego immagine esemplificativa. Riuscite a non produrre biancanevealcun piatto da lavare e, nella vostra cucina, non c’è alcuna riproduzione, spontanea e in scala, di nessuna delle battaglie dell’Isonzo. Potete lavorare con serenità, ma non prima di aver pacatamente giocato con il gatto. Lavoro produttivo, efficace e di altissimo livello fino alle 17. Il telefono non suona mai. Il citofono non suona mai. In sottofondo, Mozart. Alle 17, scelta tra tè e smoothie. Alle 18, chiusura della giornata lavorativa. Aperitivo radical chic con le amiche. La cena, improvvisata con quelle quattro cose che erano in frigo, fa tremare Gualtiero Marchesi . Così vi immaginate che sia la vostra postazione lavorativa: una sorta di paradiso terrestre per le vostre meningi e la vostra creatività. Devo ricordarvi la fine che ha fatto Banderas, metafora delle nostre aspettative? Ay, mi morena de mi corazón.

La verità è che non avete dormito, perché avevate una consegna banderas_rositaalle 9. Avete fatto il caffè mettendo il caffè freddo della moka precedente nella caldaia della caffettiera ed è venuta una specie di spremuta di nitroglicerina aromatizzata alla morte violenta. Non avete la minima idea di cosa avete scritto, ma bisogna stanare i nazisti dalle montagne e l’unico grido che conoscete è “RESISTENZA!”. Ringraziate la vostra formazione culturale che vi permette di avere una conoscenza pressocché illimitata della scena metal, per cui avete in playlist, su Spotify, una serie di album che il martellare dei vicini alle 9 di domenica mattina, in confronto, è Céline Dion. Vi siete addormentati ripetutamente in vari punti della casa, godendovi microsonni di dodici secondi con conseguente senso di colpa. Sbirciate in camera da letto. Uno sconosciuto dorme nel vostro letto. Probabilmente è il vostro partner, ma sono sei anni che non lo incrociate. La sveglia è puntata alle ore 6.30, per concedervi abbondati 40 minuti di sonno e poi lanciarvi verso la nuova giornata. Alle 9.30 siete in ufficio, guardate i coworker con lo sguardo tipico del gatto di Torpigna che viene snobbato da tutti gli adottanti. Vi nutrite mediante cannuccia per tutta la giornata. La vostra scrivania è una riproduzione, fedelissima e in scala, di Malagrotta, gabbiani inclusi. Volevate andare in palestra, ma non c’è tempo. Volevate leggere quell’articolo tanto bello ma non c’è tempo. Tutte le volte che aprite l’home banking vi sembra di rivedere la scena finale di Casablanca. Volevate fare la spesa, ma tanto non avreste tempo di cucinare nulla, figuriamoci di lavare i piatti che sedimentano da due giorni nell’acquaio. Ricominciate a lavorare da casa. Aggiungerei “ripetere ad libitum” ma di piacere ne vedo poco, in questa tabella di marcia.

scrivaniaAlla vostra destra, un pregevole esempio della scrivania del traduttore quando viene sommerso a tradimento dalle bozze del libro, da una serie TV coi controcazzi e dalle proprie funzioni vitali.

E voi, che Banderas siete? Il Banderas di “El Mariachi” o il Banderas che si accompagna a Rosita? Allegare testimonianze fotografiche, o niente.

 

 

“Il traduttore di audiovisivi S04E256”

pharos

L’isola di Pharos

Se sono qui, se ho un sito, se me lo leggete, se lavoro e se lavoro con gioia, il merito è di due persone. Oltre a mio marito, i cui meriti trascendono la sfera terrena. Sono le mie due mamme professionali, quelle che sono la tua isola di Pharos e con il loro grande fuoco rischiarano la tua modesta navigazione. Una delle due che ti sgrida quando te lo meriti, tutte e due controcazzute a multipli di 7. Queste due “mamme” le ho trovate per caso, sono figlia d’arte di una slavista e nipote d’arte di una germanista, per cui sono diventata americanista, ma in casa di traduzione non s’è mai parlato, se non per autoflagellarci con la litania di frustrazioni economiche tipiche di questo lavoro.

Beh, voglio raccontarvi la solita storia. Sono arrivata dove sono arrivata (anche se devo ancora tradurre Faulkner, prima di morire – spero di avere almeno cinquant’anni di tempo, per farlo) con i morsi e con le unghiate e, vi giuro, non è sconvenientissimo, se non siete degli Aristogatti.
La prima cosa, quella fondamentale, è la determinazione. Qui in ufficio mi hanno chiesto se ho fatto il militare. Una delle cose più belle che mi hanno detto è stata “Se ti scaricassero in mezzo alla giunga e t’andassero a riprendere dopo dieci anni, avresti edificato una città”. Forse, in un’altra vita, ero una della Brigata Sassari. Ecco, bisogna essere la Brigata Sassari. Non penso che si debba essere dei kamikaze. Quelli della Brigata Sassari, dopo Caporetto (non penso che serva fare un quadro della situazione) presero e andarono sul Piave per combattere gli Austriaci. Mai demoralizzarsi. Non l’hanno fatto loro dopo Caporetto, voglio dire.
Torniamo alle mie due mamme professionali. Una è Sabrina Tursi, la mente, il braccio, il Deus ex machina, il motore tutt’altro che immobile di STL. STL è il vero motivo per cui sono a questa tastiera a scrivere. Dimenticatevi tutti i professori che vi massacrano di “Non sarai mai un traduttore”, perché di grandi scrittori che hanno fatto la fame per anni sono piene le antologie, e alla Decca Records dissero ai Beatles che la loro musica non funzionava. Se leggete la biografia di Ozzy Osbourne, capirete che fate ancora in tempo a scoprire un pianeta o il vaccino per l’AIDS.
Con qualche corso di una giornata, ho capito cos’era un traduttore. Ho capito che c’è un mondo, là fuori, fatto di traduttori buoni, che ti adottano e ti coccolano, che ti insegnano e non ti considerano un’intraprendente nullità.
L’altra mia mamma professionale è Daniela Altomonte. Lavorando con lei ho capito cosa fosse la professionalità. Ho capito cosa volesse dire spremere una parola per trovare esattamente il significato che vuoi. Ho scoperto che un articolo può fare la differenza, ho capito che c’è un calco dietro ogni angolo e che noi non li vogliamo, i calchi. Ho capito che non esistono orari, se devi fare un buon lavoro. Sennò facevo il concorso per fare la postina. Ho scoperto, grazie a lei, che questo lavoro è proprio quello che volevo fare: ho capito che, se pensi di valere o almeno pensi di avere delle possibilità di dimostrare qualcosa di diverso dalla potenza di aspirazione del Folletto, è giusto sfondare tutte le mura di Porta Pia che si mettono sulla tua strada, e arrivare sotto la finestra del Papa e chiedere udienza, se necessario. Nel migliore dei mondi possibili, un mecenate si presenterebbe alla nostra porta, offrendoci un compenso per fare un qualcosa in tempi stabiliti da noi. Purtroppo, però, Leibniz era un inguaribile ottimista, e alla fine aveva ragione Schopenhauer: questo è il peggiore dei mondi possibili, non il migliore.

Come sono arrivata all’audiovisivo: ve lo dico, con un calcio nel culo. Mia suocera fa la dialoghista. Ma non lavoro quasi mai con lei, con lei ci vado a pranzo la domenica ed è una persona deliziosa. Ecco come: facendo una cosa che, vi piaccia o meno, tocca saperla fa’: PUBBLICHE RELAZIONI. Dovete essere ovunque come il culo di Belen quando comincia a essere tarda primavera. Dovete essere onnipresenti, investire quei quattro micragnosi spiccioli che guadagnate (c’è un motivo se mi muovo su Nuvola di Ruggine e non ho ancora il Guzzi California della mia vita) per far vedere al mondo che siete fichi (possibilmente avendo anche qualche piccola base su cui lavorare: non presentatevi alle selezioni per Mr Universo se siete un’isola spartitraffico del Raccordo, poi non dite che non ve l’avevo detto), che esistete, che smuovete energia. Io, Daniela, l’ho beccata su wordreference.com, le ho scritto su Facebook e, per caso, l’ho incontrata dal vivo. Le sarò rimasta impressa per qualche motivo, per la moto, per i tatuaggi, che ne so. Voglio infondere ulteriore ottimismo, perché alla fine a me Leibniz piace da mori’.

Vi lascio con questo estratto celeberrimo e delizioso, con cui vorrei che spazzaste via tutte le piccole (passatemi l’eufemismo) frustrazioni e incertezze che possono cogliervi (giusto l’altra sera sono corsa incontro a mio marito piangendo, singhiozzando che io questo lavoro lo lascio perdere e torno a fare la barista). Chiedete, succhiate utili informazioni a tutti, non vergognatevi mai di alzare la mano e di chiedere “me lo rispieghi”. Buona strada, traduttori!

[…] Il mondo sarebbe potuto essere senza il peccato e senza il dolore; ma io nego che allora sarebbe stato il migliore. Perché bisogna riflettere che tutto è connesso in ciascuno dei mondi possibili: l’Universo, qualunque fosse per essere, è tutto d’un pezzo, come un Oceano; il minimo movimento estende il suo effetto a qualunque distanza, di modo che Dio ha tutto regolato in anticipo e una volta per tutte, avendo previsto le preghiere, le buone e le cattive azioni e tutto il resto, e ciascuna cosa ha contribuito idealmente, prima della sua esistenza, alla decisione che fu presa sull’esistenza di tutte le cose. Di modo che nulla può essere cambiato nell’Universo (come accade in un numero) tranne la sua esistenza o, se si preferisce, la sua individualità numerica. Cosí se il piú piccolo male che accade nel mondo, non accadesse, non sarebbe piú questo mondo, che tutto sommato e soppesato, è apparso il migliore al Creatore che l’ha scelto.

G. W. Leibniz, Scritti filosofici, UTET, Torino, 1967, vol. I, pagg. 462-463

Nuvola di Ruggine

Io e Nuvola di Ruggine in una foto di repertorio. Sia io che lei abbiamo 12 mila chilometri in più, adesso. Ma di questo ve ne parlerò nel prossimo post.

Del traduttore sottotitolista chiamato “fansubber”

“Sottotitoli. Sì, adesso sto lavorando con i sottotitoli.”
“Ah, ma tipo fansub?””No, in linea di massima cerco di farmi pagare.”
“Ah, non sapevo che esistesse, dico…come lavoro.”
Guarda che ho ucciso per molto meno.

Visto che anche io agnosco l’esistenza di molti mestieri, penso che questo sia lo spazio giusto per fare luce sul mestiere del sottotitolista. Vi piace guardare i film originali con i sottotitoli perché fa tanto radical chic dalla mente aperta al mercato globale e che aborre il provincialismo e nel dubbio critica la povertà culturale che lo circonda pur facendone attivamente parte? Eh, ma a che sottotitoli vi affidate?
Mi sono premurata di farvi alcuni amabili screenshot, durante i miei recenti lavori di revisione: io penso che il publico vada educato, non assecondato. Mi dispiace, sono sempre stata una prepotente, anche da bambina.

È difficile, per un profano, cogliere l’essenza de sottotitolo fatto bene e della scelta linguistica. Nella maggior parte dei casi, con rispetto parlando, presenti esclusi, il livello di apprezzamento si limita al “Ho capito la trama”. Vi faccio un esempio:

subtitles_failNell’immagine a  sinistra vediamo il sottotitolo sovrimpresso in Inglese e un grazioso sottotitolo in Italiano. Voglio che capiate: “È stata questa la ragione?” è una schifezza. Non argomentate, non vi voglio sentire: è-una-schifezza. Non si dice, in Italiano. Non è uso corrente, toh. Lo so che si capisce, ma non siamo pagati perché una cosa si capisca e basta, siamo pagati perché in 42 caratteri spazi inclusi vi dobbiamo ricreare il dialogo per com’era. Credibile. Plausibile. Altrimenti poi la riattaccate con la solfa del birignao del doppiaggio. Capito? C’è gente che lavora per la godibilità della vostra serata. Go-di-bi-li-tà. Repeat.

La mente del sottotitolista (lungi da me il voler pontificare, anche se, come al solito, lo sto facendo) lavora su più piani: sulla traduzione, che deve essere fatta a modo, tanto per dirne una; poi, cominciano i salti mortali con avvitamento in una vasca di lava, che sono le lunghezze.subtitles_fail_6

Osserviamo l’immagine di destra: “la centralina”? Magari lo leggete e non ci pensate. La centralina. Quando si parla di centrali elettriche, la mente dovrebbe andare direttamente sulla copertina di Animals, al netto del maiale. Vi sareste chiesti: “Eh, ma, quale centralina?”. Tanto di sceneggiatore ha deciso che lì era una questione di centrali elettriche, segue scenario post-industriale, l’immagine è quella di Animals, per forza. Era una centrale elettrica, per forza. Per non dire che l’originale parlava piuttosto chiaro.

subtitles_fail_2Oppure parliamo di lunghezze, pensieri, parole, opere e omissioni. Omissioni. Omissioni. Vi capita mai di sentir parlare a raffica e vedere eleganti sottotitoli scorrere con naturalezza sotto il dialogo? Ecco, a volte ci vogliono ore, per fare queste coreografie di parole. Fai avanti e indietro sul tuo video centinaia di volte, a beccare il centesimo, se non millesimo, di secondo, a smussare, limare e modellare. Non si levano le frasi perché non ci stanno. Ogni frase si può ripetere, mantenendone il significato, in chissà quanti modi. Il sottotitolista ha in mano un caleidoscopio e sa che può formare infinite combinazioni di pezzettini di vetro colorato, purché rispettino lunghezze, regole grammaticali e la legge non scritta della frase del senso compiuto.

Credo che se si educasse il pubblico a capire quali sono i prodotti sottotitolati bene e quali no, forse la faremmo anche un po’ finita co’ ‘sti cazzo* di sottotitoli fatti ad minchiam canis.
Fate attenzione alle divisioni in sintagmi, o magari, provate a leggere una frase ad alta voce. Cercate di impegnarvi e di capire la differenza tra un professionista e un amatore. Se foste cuochi, vi farebbe piacere sentirvi criticati perché mia nonna cucina meglio e non ha nemmeno studiato?  Anche a me vengono certe rose così, sul terrazzo, ma non mi spaccio per vivaista. Faccio un plumcake con le Granny Smith che…ma che ve lo dico a fare, e comunque non mi vendo come pasticcera. Canto sotto la doccia, non dico che sono soprano al Teatro dell’Opera.

Apprezzate le cose belle.

Nota al sottotitolista

Lasciamo cadere le questioni di gusto: ammetto che il mio gusto è ingombrante, ma solo perché ho lavorato con persone fichissime, ho avuto un gran culo. Gente che si mette lì, col cesello, su ogni parola. Ho avuto anche un mese per fare questa serie, per vederla nel suo insieme, per capire il personaggio di lei. Sarebbe stato bello se ci avessero messi in contatto per lavorare insieme, ma servirà ancora qualche secolo perché revisore e traduttore possano lavorare amorevolmente insieme e produrre congiuntamente un signor prodotto. Resto comunque a disposizione.

*lo so, mi ero ripromessa di non dire parolacce, sul sito, ma quando mi infervoro…

 

 

Del traduttore di audiovisivi, e dell’amore che prova nonostante le difficoltà.

Ogni tanto mi dimentico che, nella catena alimentare feelancer, non è che sia messa poi così bene. Me la tiro molto, mi inondate di curriculum ma, diciamolo, faccio 26 anni a marzo. Per quanto senta in me il fuoco sacro della figadilegnaggine e me la tiri moltissimo, sono comunque più vicina alla caccola che all’aquila reale. Come ormai sono più vicina ai 30 che ai 20. Lo potete constatare da voi, nell’immagine seguente.

cat_al4In questo tripudio di prede e predatori, capirete (sempre da voi) che la via del successo è lastricata di mine antiuomo tarate sul vostro peso, archetti da caccia, tagliole, lacci, cecchini e tiratori scelti, sabbie mobili e anche il lupo a pixeloni di Tomb Raider I, che quando ti incastrava in un angolo potevi dire addio ai tuoi medi-kit*.

Questo per dire, cari colleghi, che ho imparato un’altra cosa. È molto facile commentare con faciloneria l’operato altrui, puntare il dito sul “no, ti prego, che erroraccio”. Ma noi, di preciso, cosa facciamo per rendere la nostra traduzione una vera opera d’arte? Perché abbiamo scelto questo lavoro, allora, se facciamo i passacarte, i GoogleTranslator con delle pretese (retaggi di lotte sindacali) e poi non troviamo piccole gioie nelle nostre traduzioni quotidiane (sebbene, spesse volte, trovare dieci differenze macroscopiche tra il source file e dieci chili di compost non sia per niente facile)?

Ho trovato la bellezza in alcuni video, perché me l’hanno ricordata, me l’ero dimenticato. Me l’ero dimenticato, dopo settimane, mesi, mesi e altri mesi di lavori per-ieri e consegne due-giorni-fa. È così, e quando qualcuno nota la banalità di un termine che hai usato, o la semplicioneria di una frase, ecco che la sindrome della traduttrice-di-legno (nel mio caso abbiamo raggiunto anche picchi di formica e compensato IKEA) si sbriciola contro la realtà. Ogni traduzione è un nuovo gnu per il coccodrillo/traduttore. Leggere, rileggere, scoprire, e non solo: non vedere, guardare, osservare, scrutare. Ogni testo nasconde qualcosa di bello, bisogna trovarlo. Non solo il dialoghista, ma anche il traduttore è un artigiano.

Il mio proposito per il 2015, ormai iniziato, è mettere, per ogni parola scritta, l’amore che metto nello spolverare la cannella grattugiata sui miei (spettacolari) muffin, lo stesso che metto quando porto la spremuta a mio marito, lo stesso amore con cui sferruzzo un cappello o con cui copio le parti più belle del libro che sto leggendo sul mio quaderno.

Questo siamo, traduttori, non dimentichiamocelo. Non dimentichiamo che non siamo solo TRADOS e “cose che ho già tradotto” perché, quando entriamo in questo orrendo vortice, è finita, il lavoro alle Poste chiama, meglio rispondere.

muffin_Cuore

*Sì, sono stata una grande giocatrice di Tomb Raider e sogno una pensione in cui, finalmente, finisco Tomb Raider III.